8/11/2009 - 12:38 ROMA - A volte è una scelta di vita, la scherma. Quando l’agonismo diventa una professione e le giornate passano tra allenamenti e pedane con la tenacia solo di chi ha fatto di questo sport una vocazione.
A volte invece la scherma è una metafora, un’attitudine che non coincide con la vita ma che alla vita serve. O meglio: serve ad indossare la maschera e salire in pedana non appena si scende dal letto, combattendo le piccole questiones quotidiane (o qualsivoglia massimo sistema) come si farebbe contro un avversario. Gli incontri sono a 5 o a 15, a 45 se si lavora in squadra: questo è nella scherma agonistica, come pure nella vita.
Una volta imparato come funziona, le corrispondenze risultano essere infinite : basta lavorare di traslazione, di metafora, appunto, estrapolando un metodo da un contesto e applicarlo altrove.
È esattamente questo ragionamento che ha portato Lorella Zanardo e Giuseppe Nitro a fondare un ente come Sportgate: formazione economica lei, psicologo il secondo, entrambi hanno coniugato il mondo del lavoro e quello dello sport, rubando a quest’ultimo le tattiche e le strategie necessarie a incrementare la produttività aziendale e migliorare dal punto di vista psicologico il modo in cui si affronta una giornata lavorativa. La metodologia opera su due filoni, quello dello sport praticato e quello dello sport raccontato. In una prima fase alcuni testimonial, per lo più atleti professionisti, sono chiamati a trasmettere agli stagisti la propria esperienza, applicandola poi a contesti di problem solving o allo sviluppo del lavoro di squadra. Secondo gli esperti, la scherma risulta essere uno degli sport prediletti per l’attuazione di questo metodo, perché la natura della competizione- in particolare quella a squadre-ricalca il modello di organizzazione aziendale, in cui il lavoro di un singolo, portato avanti individualmente, contribuisce alla resa complessiva della performance. Eni ed Unicredit si contano tra le aziende che da anni aderiscono a questo tipo di formazione per i propri dipendenti.
Ma la scherma ha fatto molto di più, giù dalle pedane. Si tratta di Beatrice, 12 anni, meglio conosciuta come Bebe, che lo scorso anno ha perso braccia e gambe a causa di una meningite fulminante che l’ha costretta all’amputazione. Bebe tirava di scherma e oggi grazie all’aiuto di protesi “miracolose” può tornare in pedana. Volontà d’acciaio, grande tenacia e un disarmante ottimismo sono stati i pilastri su cui Bebe ha fondato il grande sogno di tornare a combattere in gara. Sogno che si è potuto realizzare grazie ad un vero e proprio lavoro di squadra: le protesi utilizzate da Beatrice hanno il costo di 25 mila euro, una spesa molto pesante per una famiglia, soprattutto considerando che sono protesi applicate ad un organismo in crescita e che presto andranno cambiate; così è nata una fondazione, Art4sport, che si propone di reperire fondi da destinare alla progettazione e realizzazione di protesi sportive per bambini. Andate anche voi su www.art4sport.org!
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