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Non poteva mica uscire da comparsa uno che su questi schermi, nella scherma, è sempre stato il protagonista. No che non poteva. Lo voleva il destino che qualsiasi pur delicata e apprezzabile sceneggiatura dal tema “saluto silenzioso”, quelle banalità del tipo “sfilarsi in punta di piedi senza far troppo rumore”, sarebbe diventata cartastraccia davanti ad Aldo Montano. Sì, perché banalità e silenzio sono l’esatto contrario di quel che questo campione livornese di 42 anni, cinque Olimpiadi e cinque medaglie a Cinque Cerchi, ha rappresentato per lo sport che oggi gli fa l’inchino, nel giorno della sua ultima uscita in Nazionale.

 

“Sei il più forte Aldo! Sei il più forte di tutti!”, gli urlava dalla panchina Luca Curatoli mentre Aldone metteva in pedana tutta la sua storia nella semifinale olimpica per andare a riprendere l’Ungheria che sognava l’allungo in scioltezza. E s’è risvegliata in fretta…

 

“Sei il più forte Aldo! Sei il più forte di tutti!”, a ben (ri)pensarci, glielo urlava pure 17 anni fa Luca, stavolta non dalla panchina ma dalla tv, mentre da ragazzino con la scherma nel sangue e gli occhi incantati vedeva il nuovo fenomeno della sciabola vincere l’oro individuale ad Atene 2004. Un trionfo da leggenda, e pure uno “spot” che non è mai passato di moda. Sognava, il piccolo Curatoli, d’arrivare un giorno all’Olimpiade proprio come Montano. Chissà se si aspettava d’arrivarci anche con Montano.

 

È un po’ il concetto di quella frase ch’è tanto in voga sui social: le vite che capitano e le vite da capitano. Dipende da dove cade l’accento. E soprattutto che ruolo decidi di recitare.

 

In una carriera sempre sulla cresta dell’onda, Aldo non ha avuto mai dubbi su quale fosse la sua parte. In pedana dove è diventato un “mito”, come nell’immagine pubblica che non è mai passata inosservata.

 

Bello, forte e famoso, come tanti ragazzini avrebbero voluto diventare fin da quando lo si vedeva con la tuta amaranto del Fides e i calzini alzati sopra al pantalone, con gli anelli che andavano a ruba (preziosi o scadenti, faceva nulla, bastava fossero “come ce li ha Montano”) e le prime foto digitali scattate al suo fianco, antenate dei selfie di oggi, da condividere all’alba dell’era dei social, su improvvisate chat di mIRC che parevano viaggi nello spazio, alla scoperta della dimensione dell’ignoto.

 

Lui nella scherma è stato di tutto un po’, diventando e restando sempre campione, diventando e restando sempre famoso, e per questo capace d’arrivare alla quinta Olimpiade a 42 anni, da padre di famiglia eppure ancora campione e famoso come se il tempo fosse un gambero.

 

 “Aldo? C’è Aldo?”, chiedono da giorni a Tokyo in tutte le lingue del mondo. Perché dove c’è scherma si spera ci sia lui, e poi qui, alla sua ultima gara in azzurro, lo aspettavano per il gran finale.

 

E si torna al punto di partenza: pensavate davvero a un congedo “come tanti”?

 

Poveri illusi i profeti della semplice passerella annunciata. Montano, che uno qualsiasi non lo è mai stato né mai lo diventerà, ha visto i suoi più giovani compagni battere l’Iran, soffrendo dalla panchina fino al 45-44, poi ha capito che c’era bisogno di lui. Non per la standing ovation, ma per prendersi la medaglia olimpica. Roba che conta, per uno come lui che a casa ne aveva già quattro…

 

Eccolo, allora, il destino che sceglie di scrivere il copione più azzeccato.  

 

Semifinale Italia-Ungheria, Gigi Samele, reduce da un meraviglioso argento individuale, non ce la fa. È un infortunio muscolare, non basta stringere i denti. Aldo è “freddo”, però è il momento d’entrare. Gli bastano un paio d’allunghi per scaldare un po’ le gambe, due occhiate alla sciabola sua compagna d’una vita, qualche flashback nella mente di tante imprese compiute, individuali e a squadre. Vuoi che venga meno stavolta? Impossibile.

 

Montano trascina. E non solo per i parziali positivi e le stoccate rosicchiate agli ungheresi. Montano spinge. Dà la carica. E si carica a sua volta nel sentire alcuni di quei ragazzi, che da bambini urlavano il suo nome come un idolo, urlarlo ancora, sempre come un idolo, anche se intanto sono diventati compagni di Nazionale.

 

La strada è tracciata. Enrico Berrè e Luca Curatoli, che raccolgono il testimone dal capitano, non possono far altro che seguirla. Pure se è durissima, tortuosa, così stretta che quando ci si ritrova sul 43-43 subentra la paura di non farcela, l’inquietudine che possa sfumare il lieto fine.

 

Adesso è Aldo ad urlare il nome di Luca, che “chiude” l’assalto. Ed esaudisce il desiderio. Italia in finale. Lì di storia ce n’è poca, ma il destino s’è già compiuto pure se l’oro se lo prende la Corea. 

 

Gli azzurri sono sul podio, e per Aldo c’è un altro argento a squadre, come ad Atene 2004, l’Olimpiade in cui cominciò tutto. Ora sì che possono scorrere i titoli di coda su una storia da campione, in pedana e anche oltre. Sempre. Altro che passerella. Montano sino in fondo. Fino all’ultima stoccata.

 

L’ultima riga di una favola azzurra.

Da tutti noi, che l’abbiamo “letta” e vissuta, semplicemente: grazie Aldo!

 

(foto Augusto Bizzi)

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